Quando, quasi quarant’anni fa concludevo Guardare le figure con riflessioni del più nero pessimismo, non pensavo certo alla situazione mentale in cui mi trovo oggi, dopo aver presieduto per la dodicesima volta la commissione giudicatrice del Bologna Ragazzi Award. Perché le sorprese liete, le affettuose emozioni, le partecipi riconferme sono state tante da indurmi a rovesciare il senso di quelle antiche – e inevitabili – astiose rimostranze.
Ho in mano un libro di Atak, Verrückte Welt edito nel 2009 dalla Jacoby & Stuart di Berlino, un’affascinante rivisitazione attuale del mito popolare del “mondo alla rovescia”, e lo guardo ammirato, desideroso di imparare. La tecnica mi affascina impedendomi di compiere quella decifrazione delle segrete alchimie a cui vorrei dedicarmi, perché le tavole sono in bilico tra l’inquietante, onirica alterità degli ex voto e l’aggressiva potenza dell’espressionismo tedesco. E anche i contenuti, senza l’uso di parole, trovano, nella tradizione del surrealismo quella sognante voluttà del paradosso che consente di collocare beatamente, fra i ghiacci del polo, sorridenti leoni, soddisfatti cammelli, ilari coccodrilli. Un Topolino rifatto ma riconoscibile, ci guida alla scoperta delle infinite possibilità del rovesciamento parodico, ci invita a una tolleranza intelligente, perché ci dice di accogliere con serena accettazione proprio chi capovolge in nostro punto di vista. Ho contratto, in questi anni, un vero debito di ammirazione e di affetto nei confronti dell’opera di Anne Brouillard, di cui torno spesso a guardare le finissime tempere, gli insinuanti acquerelli, le silenziose e profonde trame narrative che non usano parole mentre alludono a un colloquio intenso e raffinato. Con La famille Foulque, con La vieille dame et les souris, entrambi in Seuil Jeunesse, Anne ha interamente rinnovato il linguaggio degno di essere rivolto ai bambini: abbassa i toni nel roboante clamore dei media, sa di poter essere compresa, sa di poter essere amata, con i suoi interni alla Bonnard, con quei suoi giardini color malva dove Marcel ha appena finito di commentare La principessa di Cléves. Avevo avvertito il senso di pieno di una vera, grande svolta quando, nel 2002, ero entrato memore e commosso, nelle pagine di Avant la telé, di Yvan Pommaux edito da L’école de loisirs. Così, era proprio vero, quella mia grande preoccupazione pedagogica, viva e tormentosa in me fin dal mio primo giorno di scuola come maestro, ovvero di come si potesse offrire ai bambini le tracce di una memoria repressa, uccisa trascurata, era risolta in quelle pagine dove i carbonai, i venditori di ghiaccio, le lattaie, le telefoniste parlavano della storia più lontana, ben oltre i faraoni, in quelli dei miei dal dopoguerra, delle cose che mi videro bambino. Il contenuto edito a Oslo nel 1997 da Aschehoug mi ha fatto scoprire l’arte di Finn Graff, il poeta della citazione e della calcolata incompiutezza. Con l’equivoco e l’ansiogeno lindore di brevi trame a chine toccate qua e là da coloriture sapientemente interrotte, Finn Graff ritrova Seraut, saluta i pittori della Nuova Oggettività, spiega ai giovanissimi quanto sia complicato e amabile il labirinto delle figure.
Il magistero di Wolf Erlbruch gli consente di riscoprire i fiamminghi, con le loro dubbiose quaresime, con i loro deformanti carnevali: osservando la storia del suo lavoro di illustratore, si vede anche quanto abbia influito sugli autori più giovani. Perché Wolf Erlbruch ci insegna che il compito misterioso e salvifico dell’illustratore ha proprio quella pregnanza didattica che collega Comenio con Epinal: il vero il colto illustratore sa creare grandi icone e le sa collocare nella memoria di tutti, come spiegò limpidamente Sartre nella Nausea. E tutte le volte che vedo una tavola di Gary Kelley nel fascinoso contesto della Creative Educations, ho davvero la tentazione di dare un seguito, invitando Dumas, a Guardare le figure, perché osservo i volti, gli occhi, le mani, le gote con cui ha reso Paganini e Maupassant, scopro i portenti di questa tecnica ineffabile che guarda alla Grande Vienna, alla Secessione, proprio mentre sa di rendere un vero omaggio a Hopper e a tanti americani solitari e sapienti, e mi dico che occorre decifrare, studiare, cercare di capire. In molti anni di affettuosa e ininterrotta osservazione, ho sempre ribadito la mia ammirazione, da sempre intensa e partecipe per l’arte di Catherine Brighton, ma Keep your eye on the End, ovvero la storia dei primi passi nella carriera di Buster Keaton, edito dalla Roaring Brook Press di New York nel 2008, dice che la grande illustratrice sa comunque mettersi in discussione, sa splendidamente oscillare tra le ragioni impellenti della mutevolezza e quelle della conservazione dello stile. Nel libro, la Brighton si è data un attonito lindore, fondato su limpidi segni, era l’alchemica dominatrice del mezzotono, usava le ombre come protagoniste del suo ineffabile fraseggio. Su Istvan Banyai dovrei dire molto di più di quanto riesco a dire: mi sembra che i suoi contorni siano unici, perché sono direttamente ricavati da quelle matite e da quelle chine, da quei pennini, da quei pennellini che un tempo componevano l’officina del creatore di tavole da collocare nei testi. E Istvan Banyai fonda sui contorni tutto se stesso, però calcola i diversi spessori, e sbalordisce chi lo guarda, ponendo una notazione impressionista entro lo spazio deformante di un’ironia che graffia e deride. Vidi nel 2004, Saint-Louis du Sénégale di Merlin, edito da Albin Michel, e ammirai le sue tempere, i suoi collage, le infinite soluzioni grafiche trovate, pensate sperimentate, con l’ambizione, sinceramente premiata, di rendere le luci, le ombre, il carattere, la poesia di un mondo intero, frammento dopo frammento. Non è un caso che Merlin mi sembri, il disegnatore più copiato, più imitato più ricalcato. E poi sono tanti, in ogni edizione della Fiera, gli illustratori che ripercorrono la “via della sgorbia” amata da Leo Longanesi: questo Treasure Island edito da Walker Book nel 2009, tutto trattato a sgorbia da John Lawrence è semplicemente un capolavoro. Dopo dodici anni, dopo aver spiato, studiato, riguardato migliaia e migliaia di libri penso che un nuovo Guardare le figure sia certo indispensabile. E avrebbe un finale molto ottimista, questa volta.
Nel 2007 la Soprintendenza dei beni librari e documentari della Regione Emilia-Romagna pubblicava il Catalogo della Collezione dei libri premiati dalla Fiera del libro di Bologna nella sua celebre e spiccatamente internazionale storia più che quarantennale, donata nel 2003 alla Biblioteca Sala Borsa Ragazzi di Bologna. Il catalogo si divide in due parti: la prima raccoglie testimonianze sulla storia della fiera di editori, critici studiosi, come Tom Peterson e Antonio Faeti, dal 2000 presidente della commissione giudicatrice del Bologna Ragazzi Award, composta da grafici, librai, bibliotecari, editori ed esperti di libri per ragazzi. La seconda parte, frutto di una ricerca fervida e scrupolosa, è una storia cronologica e descrittiva della Fiera, divisa per periodi salienti (a cominciare dal premio “Balanzone d’oro” e dal “Torchio d’oro”) attraverso le immagini e le indicazioni bibliografiche dei titoli vincitori dal 1964, quando la fiera si svolgeva a Palazzo Re Enzo, fino al 2007.
Nel saggio Le confidenze dell’usignolo, Faeti ricorda la sua prima fiera accompagnato dalla sua docente di tirocinio Gemma Benzoni Maccaferri; ripercorre gli anni della sua formazione culturale e professionale attraverso gli appuntamenti divenuti fissi con la fiera e con chi in questi lunghi quarant’anni vi ha preso parte, le amicizie con Calvino, Tournier, Sendak, Ponchiroli, gli incontri con i libri che hanno segnato la letteratura per ragazzi e la grafica, fino al prestigioso incarico in Commissione dove poter trovare nuovi “cocchini” da esaltare e difendere fino a farli premiare.
Antonio Faeti, Matite, chine e tempere fanno luce alle parole in Speciale Ragazzi alla fiera di Bologna, “Tuttolibri”, La Stampa, 20 marzo 2010


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