L’estate del lianto
[...] per Antonio Faeti, la stanza dove si compiono i percorsi di ricerca della propria identità e della propria formazione è Bologna. Bologna è infatti, il luogo per eccellenza del Faeti narratore di storie non solo per ragazzi (l’unica eccezione è Sul limitare che si svolge in una città della riviera Adriatica): Bologna e la sua umanità composita e complessa è già protagonista del più “antico” dei suoi romanzi per ragazzi, I Viaggi di Taddeo, in cui ogni luogo che esiste realmente è trasformato dall’immaginazione del ragazzo che non vuole cedere alle lusinghe di un consumismo che sta invadendo il suo mondo ad una velocità supersonica. Taddeo è del 1974 e, oltre che negli altri romanzi, Bologna è protagonista, anche nel titolo di Due storie bolognesi, che raccoglie due romanzi scritti esplicitamente per i ragazzi della scuola media. L’estate del lianto costituisce un nuovo tassello di questo mosaico in cui Bologna è attraversata, analizzata scritta con gli occhi di ragazzi come Taddeo o Debora Tibaldi, ma ha una caratteristica diversa, più autobiografica: è costruito attraverso una sequenza di quadri ognuno dei quali rappresenta un momento molto preciso della vita e della formazione del protagonista. In questo percorso ci sono personaggi, come la Cianciulli, che rappresentano l’immagine mentale di una paura su cui si costruiranno quell’interesse e quella voglia di conoscere che hanno portato a esplorare altrove popolati da streghe, sirene, sibille, lamie e da tutti quei personaggi che abitano le fiabe, i fumetti, i libri per bambini le narrazioni avventurose, sospinto dal bisogno di capire e di irrobustire un immaginario nato da una bugia del fratello maggiore. I diversi racconti danno il quadro di una Bologna (ma sarebbe più giusto parlare della zona intorno a Via Orfeo) che sta rimarginando le ferite della guerra dove si incontrano presenze simbolo di un passato recente, ma ancora ben vivo, come il partigiano Fulmine, il colonnello conte Tristano Maria Mucci di Cortescura, Lucrezia Tozzi-Arzanà, cui si aggiungono altri personaggi che, talora appaiono in bilico tra realtà e immaginazione. Ce ne sono alcuni, però cui mi piace accennare: sono la Lisa e la signora Cevenini, due vecchiette centenarie, e un po’ strambe. Sono due personaggi che fanno dire a Faeti: “Ragionando o cercando di ragionare, al modo di oggi, si deve ritenere che allora esistesse una tolleranza autentica per la diversità, per la bizzarria per la stravaganza, mentre, attualmente si finge solo di sopportare chi non si allinea. Più che accettate la Lisa e la signorina Cevenini…erano protette” (pag.41). La descrizione dell’esperienza di Savigno e la ricerca delle radici a Sant’Agata Feltria sono emotivamente ricchi di significato, ma il punto centrale di tutta la narrazione è L’estate del lianto, che dà il titolo al libro. L’estate del lianto è uno dei racconti:è la storia di Topi/Antonio e della sorella Fioretta che cercano in tutti i modi di difendere un albero, un lianto che cresce nel giardino accanto ma che con la sua chioma arricchisce il cortiletto di casa. L’albero è oggetto dell’adorazione infantile, una specie di protettore su cui giocano i barbagli del tramonto e i riflessi della luna, mentre accoglie melodiose sinfonie di uccelli. È il centro di un mondo su cui, improvvisamente incombe la minaccia dell’abbattimento: il nuovo proprietario del giardino in cui l’albero ha le proprie radici, il “perfido” Strigagni, un affarista senza scrupoli e dal passato quanto meno burrascoso, intende abbatterlo per costruire una casa. Inizia così l’impegno di Topi e Fioretta che piccoli ecologisti, intendono evitare lo scempio. Il racconto è una vera e propri avventura,emblematico come un viaggio di iniziazione compiuto nella ricerca di aiuti per la loro battaglia che porta i protagonisti a contatto con la miriade di personaggi che popolano il microcosmo di Via Orfeo. Riescono persino a raggiungere Strigagni, che li accoglie con un atteggiamento tipicamente “adulto”, pieno di sufficienza e sarcasmo, fornendo informazioni molto dettagliate sulla pianta, il cui vero nome è “ailantus altissima” o “albero del paradiso”, ma che è pericolosissimo perché le sue radici sono pericolosissime, s’insinuano dappertutto, minando la stabilità di case e muri. L’incontro con Strigagni si conclude con una minaccia: non solo abbatterà l’ailanto, perché ha tutte le autorizzazioni necessarie, ma intende comperare tutto il palazzo dove loro abitano con l’intenzione di sfrattarli. L’abbattimento dell’albero avverrà in estate, quando i due ragazzi sono stati inviati a trascorrere le loro vacanze a Pesaro presso gli zii: al loro ritorno l’albero non c’è più, ma, a parziale compenso, il postino Gianni leggerà un poco ogni sera, tutto il Cuore di De Amicis. L’andamento del racconto è espressamente epico e si conclude allo stesso modo dei più tradizionali film western: il “perfido” Strigagni fallisce e viene ricercato dalla polizia. Rimane però una nota tragica: la bellissima Esmeralda, una bambina di sei anni, figlio dello zingaro Barone, che era stata per qualche tempo compagna di giochi di Topi e Fioretta, scompare quasi all’improvviso con tutta la famiglia e solo un’eco flebile “portata con il tam tam delle nostre stradine…da un bar a una merceria, da una lattaia a un carbonaio”(pp.63-64), racconta il dramma della sua morte per un attacco di poliomielite. Ho voluto presentare questo racconto perché è emblematico dell’andamento complessivo del libro, dove i personaggi reali assumono spesso i connotati di quelli fantastici dei libri che i due ragazzi leggono avidamente, o dei fumetti: la vigilatrice della colonia che richiama Veronika Lake, i soldati tedeschi frequentati a Savigno s’intrecciano a Salgari, all’Uomo mascherato,a Pecos Bill, e a Gim Toro, disegnando molto ricco di figure e delle sfumature che hanno costituito il sostrato culturale in cui si sono costruiti il ricchissimo immaginario di Antonio Faeti e la sua capacità di penetrare nel profondo delle situazioni e delle storie, creando collegamenti talora inusuali e arditi ma mai banali e approssimativi. Più degli altri racconti, L’estate del lianto e un viaggio iniziatico una esplicita metafora della crescita: ogni passaggio, infatti, comporta delle fratture e delle perdite, ma propone anche degli squarci sul nuovo futuro. Salutato l’amico Ettore che frequenterà il liceo dei “ricchi”, il Galvani, Topi/Antonio vedrà spuntare all’interno della moltitudine del suo personale liceo, l’Istituto magistrale Albini, “gli stupendi occhi azzurri, i due ‘laghetti alpini’ di Anna”, sua moglie (p.108). Il libro merita un’ulteriore riflessione: su internet è presentato come un libro per ragazzi di dieci anni; ma sulla quarta di copertina si legge che la collana presenta “storie vere di infanzie e adolescenze”. Le due indicazioni sono profondamente diverse. Il libro è scritto in maniera chiara e facilmente leggibile da tutti, ma proprio perché c’è un riferimento continuo e costante ad una Bologna che conosce ancora i segni di una guerra da poco conclusa, a personaggi che nutrivano allora l’immaginario di ragazzi decenni o poco più, credo che possa essere capito e gustato appieno anche da chi i dieci anni li ha superati da un bel pezzo, soprattutto da chi di Antonio Faeti è quasi contemporaneo. Mi sia permessa infine un’ultima considerazione, forse un po’ narcisistica: non ho visto il lianto, ho frequentato però la casa e il cortile dilatabile di Via Orfeo 15 per molto tempo e nel libro ho trovato aure e segni, brandelli di immagini e colori che si erano depositati nel profondo e sono riemersi in quella luce particolare che era la caratteristica dei portici e degli slarghi di via Orfeo e delle stradine che li s’incuneavano verso via Santo Stefano, pieno di tradizioni e di storie oggi dimenticate. Ho provato di ripassare da quei luoghi: il tempo è trascorso inesorabile anche per loro, come del resto per la strada “operaia” dove ho abitato per oltre vent’anni,via Broccaindosso. L’estate del lianto è stata, perciò una madeleine che mi ha riconsegnato figure, immagini e suoni di un’infanzia ormai lontana, ma che, fortunatamente, continua a lasciare suggestioni e emozioni forti e vivaci: sono molto curioso di leggere il libro sui portici di Bologna, presentato in questi giorni in libreria, che ne costituisce l’emblematica prosecuzione.
Di Gianni Balduzzi, in “Infanzia” n.1 Gennaio- febbraio 2010


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