Debora Tibaldi, tredicenne bolognese, ama appartarsi, adora i cavalli – il suo si chiama Murat – e i libri, si pone domande. Figlia di un fisico e di una bizantinista, ambedue docenti universitari, in procinto di divorziare, vive prevalentemente con una nonna e una zia, in un clima sin troppo permissivo. La storia inizia con la morte di Dea Alterigi, una compagna di scuola che perde la vita in un incidente, mentre il ragazzo che era con lei – uno strip man della discoteca Arapaho – è in coma. Ma che ci faceva Dea con uno spogliarellista? E pellerossa, per giunta? Di fatto Dea era vestita alla maniera degli indiani, e c’è chi dice che dal suo ragazzo, da quel ragazzo, si facesse chiamare Occhio d’Anitra. Ora i suoi compagni si interrogano su di lei e qualsiasi cosa riguardi gli indiani perde il connotato del fumetto e s’accende di un bagliore di vita. Inizia così un lungo viaggio attraverso una scienza nuova e poco nota, l’antropologia culturale, e l’amicizia di Debora con una vecchia signora, un’antropologa che fin da bambina era stata soprannominata Pocahontas, come la ragazza pellerossa del Seicento, che salvò la vita a un bianco e ne sposò un altro… La storia di questa ricerca si intreccia con le vicende della classe di Debora. Tra l’altro uno dei compagni verrà addirittura cercato tramite il Chi l’ha visto? televisivo – lungo l’anno scolastico, tra film, fumetti, libri, concerti, le contese e i grandi dialoghi con i professori, e l’amicizia della ragazzina con il fidanzato della nonna, Manfredi Rubattino, che ha una casa piena di libri, tanta pazienza e tanti interessi in comune con lei. FORTUNA. Dalla Pocahontas immortalata dal lungometraggio disneyano in cartone animato il romanzo prende soltanto spunto, per narrare la storia di un’avventura culturale, delle domande e dei percorsi, che portano la giovane Debora Tibaldi a guardare con occhi diversi le persone che vivono tra noi, ma provengono da altre culture, antiche e dimenticate, in cui ai giovani venivano date risposte e la maturità veniva conquistata attraverso riti di passaggio. Sarebbe errato considerarlo un libro di divulgazione, perché si tratta proprio di un romanzo, sebbene insolito nel panorama letterario per ragazzi, e per questo tanto più importante, dato che riesce a farci vivere una ricerca culturale come un’avventura legandola a tante piccole cose di tutti i giorni, scoperte nei loro nessi, tappa per tappa, da ragazzi che dialogano fra loro, domandano parlano con gli adulti, trovano negli anziani una straordinaria capacità d’ascolto, traendo da tutto ciò la forza per superare le crisi dell’età. Racconta Faeti che negli anni in cui è stato maestro giocava agli indiani con i suoi scolari di quinta, che avevano soltanto nove anni meno di lui. E dice:«Adesso, però, dopo tanti anni so che i miei giochi nei calanchi erano lezioni e so che si può andare a scuola dagli indiani. Che cosa s’impara? Moltissimo, quasi un insieme di materie, e la prima si chiama Dignità. Guardateli nelle fotografie importanti…Gli indiani sono sempre fieri. Significa che si danno delle arie, che sono superbi, pieni di sé? Neanche per sogno, significa che sono dignitosi, che credono in quello che fanno e hanno un gran rispetto per se stessi e pretendono quello degli altri». E poi, «da loro si può apprendere la capacità di resistere, l’ostinazione che fa comunque sopravvivere, la voglia severa di restare sempre se stessi, al di là delle stragi, della fame, dell’umiliazione, della perdita di tutto. Forse questo insegnamento è il più memorabile, ma dobbiamo augurarci che un giorno non diventi anche per noi il più utile e il più necessario».
Da Teresa Buongiorno: Dizionario della letteratura per ragazzi, Fabbri, Milano, 2001.


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