Lettera di Italo Calvino
A Antonio Faeti – Bologna
Parigi, 8 gennaio 1973
Caro Faeti,
ho letto Guardare le figure con grande passione. Nella definizione critica dei figurinai sei bravissimo, nel tirar fuori tutto quello che ognuno di loro significa, nel definirlo attraverso la tecnica della sua arte: sei davvero un ottimo critico, hai quella dote critica mai abbastanza lodata di saper individuare e valorizzare i minori e i minimi, di sapere che l’arte – e la letteratura – vive della minuta verità dei minori e dei minimi.
Anche qualcuno degli inquadramenti storici mi piace: la Firenze del primo capitolo è un bel capitolo di storia della cultura. I primi due capitoli sono forse i migliori. Ma anche l’analisi degli illustratori di Cuore è ottima e i salgariani e Yambo, e Mussino, e Rubino. Vedo che generosamente sorvoli sul fascismo di Rubino, che fascista fu, dal principio alla fine, anche se gentile e non servile e non partecipò ad alcun potere, cioè era tutto l’opposto del fascista come temperamento.
Un giornalino che non hai preso in considerazione e che a mio ricordo meriterebbe che tu gli dedicassi un libro intero è «Il Balilla» che dal (credo) 1927 al (credo) 1932 ebbe Rubino come direttore artistico. Io avevo le annate di Rubino rilegate, in questa grande collezione di giornalini che mia madre poi mi regalò. Era il giornalino che il «Popolo d’Italia» faceva per far concorrenza al «Corriere dei Piccoli». Nel mio ricordo ora lo vedo come molto interessante sebbene allora credo che lo trovassi un po’ noioso. Aveva ancora un forte sapore di guerra civile, trasfigurata allegoricamente in prima pagina da Rubino con il balilla Lio che guidava la marcia su Roma contro i rossi comandati da Disordine che era un uomo senza testa; e più diretto e immediato nella rubrica dei disegni dei bambini, che rappresentavano manganellate e incendi delle Camere del Lavoro. Il giornalino aveva un carattere pedagogico enciclopedico e le storie a vignette – dei più noti disegnatori da te studiati – raccontavano i classici: Bertoldo, il Milione, Don Chisciotte,Guerin Meschino. Rubino al «Popolo d’Italia» aveva un nemico nella Sarfatti (ricordo dai discorsi che sentivo a casa quando veniva a trovarci) perché lui nelle polemiche degli anni ’30 doveva appartenere all’ala conservatrice del fascismo artistico (Ojetti) e ricordo di avergli sentito fare discorsi antifuturisti e antinovecenteschi; tanto che poi cadde in disgrazia e lasciò «Il Balilla» per un giornalino della Rinascente «Mondo Bambino» (prima di tornare al «Corriere dei piccoli») e «Il Balilla» diventò un giornalino più intonato al fascismo ormai staraciano (ma non l’ho più seguito perché in casa mia, oltre al «Corriere dei piccoli» collezionato fin dalla nascita, si compravano e conservavano solo giornalini di Rubino). Sacchetti l’avrei messo non l’Art Nouveau ma prima: era un impressionista. Di Sacchetti ricordo le copertine della «Lettura» degli anni Dieci e Venti (altra collezione che teneva mia madre). Anche il capitolo sul «Giornalino della Domenica» lo avrei messo prima del «Corriere dei piccoli» perché appartiene a un gusto e a un modo d’intendere il giornalismo infantile nettamente anteriore, anche se le date si accavallano.
Approvo la valorizzazione di Bisi e Angoletta. Avrei voluto più rilievo per Sergio Tofano disegnatore di grande eleganza e sinteticità, – messo prima però, subito dopo Rubino, come un equivalente di Modigliani nell’illustrazione ma vedo che tu giustamente trascuri i disegnatori relativamente più studiati e ti dedichi di più a quelli tutti da scoprire.
Un altro giornalino degli anni ’30 che situerei nel capitolo – ottimo del deforme quotidiano, è il supplemento per bambini della «Gazzetta del Popolo», che fu molto popolare, specialmente per due personaggi di storie e vignette: il giornalista Pio Percopo (credo di Camerini) e la servetta Isolina Marzabotto (di Pompei).
Per Bioletto avresti dovuto dire che la prima delle sue figurine (e dei libri-premio della Perugina) vengono le radio riviste dei Quattro Moschettieri di Nizza e Morbelli che erano popolarissime, tutti i venerdì alle 14,30.
Dove si entra nella zona dei fumettisti meno mi intendo, ma devo dirti che Walter Molino ha la funesta caratteristica d’essere entrato alla «Domenica del Corriere» all’8 settembre del 1943 come illustratore repubblichino, (sostituendo il vecchio A. Beltrame) dopo essere stato popolarissimo tra gli studenti come disegnatore di gambe femminili del «Bertoldo», in concorrenza con le gambe del Boccasile (anche lui finito peggio ancora a fare manifesti per l’arruolamento delle SS italiane!).
Godo del finale trionfo di Gustavino.
Anche avrei da dirti di Beppe Porcheddu che conobbi perché stava a Bordighera e soprattutto conosco molti che l’hanno conosciuto bene e ancora continuano a parlare della sua misteriosa sparizione. Era un uomo molto fine signorile ed elegante e colto, professava un misticismo cristiano e comunista e frequentava ambienti antifascisti prima durante e dopo la Resistenza, fino a quando scomparve senza che i suoi familiari riuscissero a sapere più niente e l’unica spiegazione che si può dare è una crisi religiosa di tipo buddistico che sia arrivata fino ad una totale perdita di sé.
Un bellissimo libro insomma, che spero abbia successo e mi domando chi ci sia tra i critici capace di scriverne. M’era anche piaciuto quel tuo scritto sull’uso della televisione che avevo letto quest’estate.
Abbi tutti i miei auguri per il 1973
tuo Italo Cavino


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